Tradotto da: Valéria Vicentini
Il ricercatore e designer brasiliano Átila Soares da Costa Filho, noto per studi selezionati nel campo delle Arti e della Tecnologia, annuncia una nuova scoperta relativa a uno dei temi cui ha maggiormente dedicato le proprie ricerche: la celebre Gioconda, o Monna Lisa, attribuita al genio del Rinascimento Leonardo da Vinci, sembrerebbe custodire un ulteriore segreto, destinato ad arricchire il lungo elenco di enigmi che circondano una delle opere più celebri e misteriose della storia.
Un curioso dettaglio nel braccio sinistro della Gioconda potrebbe aggiungere il celebre dipinto al novero dei riferimenti “sindonici” nell’opera di Leonardo (IMMAGINI: WikiMedia Commons - C2RMF / Átila Soares).
Il “codice” costituirebbe un’allusione al volto di Cristo così come appare nella Sacra Sindone – il lenzuolo che avrebbe avvolto il corpo del Messia dopo la crocifissione, conservato a Torino –, individuabile nelle pieghe dell’abito di Lisa in una fase preliminare dell’esecuzione del dipinto. Collocato sull’avambraccio sinistro della modella, il panneggio richiama la forma di un volto umano, con dettagli sottili in tonalità affini alle tracce ricavate dalla sacra reliquia, oggetto di accese controversie sin dalla sua comparsa ufficiale in Europa nel XIII secolo.
Tale risultato è stato reso possibile esclusivamente grazie a un’analisi dell’opera basata sullo studio dello spettro elettromagnetico (riflettografia all’infrarosso) condotta dal Centro di Ricerca e Restauro dei Musei di Francia (C2RMF) e attraverso specifici interventi di regolazione nelle misurazioni di densità.
Il concetto alla base della realizzazione della Gioconda (iniziata nel 1503), oltre a configurarsi come un ritratto “proto-3D” – secondo lo studioso –, si fonderebbe su idee filosofiche legate al ruolo dell’Homo Universalis di fronte alla Creazione divina, articolate in una riflessione sul dramma dell’eternità e del divenire nella Natura. In tale prospettiva, l’allusione alla Sacra Sindone avrebbe rappresentato per l’artista un ulteriore elemento della sua contemplazione estetica, in relazione ai misteri della redenzione umana e al superamento della morte, poiché il tessuto è intimamente connesso alla risurrezione di Gesù.
Questo risultato andrebbe, in effetti, a corroborare una linea di ricerca sviluppata da Átila Soares, volta a individuare evidenze di una possibile prossimità tra Leonardo e la Sindone – una tesi sostenuta anche da altri studiosi, tra cui il medico e autore scomparso, Gabriele Montera, e Yasmin von Hohenstaufen. Il ricercatore sta inoltre conducendo una serie di studi affini per mettere in luce un’analoga correlazione tra il medesimo tessuto e Michelangelo Buonarroti, “rivale” di Leonardo e altra figura eminente del Rinascimento italiano.
Secondo lo stesso Soares, specialista in Storia dell’Arte, Patrimonio e Fisica, il dipinto fu originariamente commissionato nel 1503 da un borghese emergente, il mercante di tessuti Francesco del Giocondo, due volte vedovo. L’opera avrebbe dovuto ritrarre la moglie Lisa, giovane donna appartenente a un’antica e nobile famiglia fiorentina, i Gherardini, ed è stata realizzata in un arco temporale pienamente compatibile con il probabile interesse dell’artista per la reliquia torinese.
Conclude Átila Soares: “L’immagine parla da sé e, qualora si trattasse effettivamente di un’intenzione deliberata da parte di Leonardo, la pratica di occultare riferimenti all’interno delle proprie creazioni è un fatto ampiamente riconosciuto in ambito accademico, soprattutto alla luce delle sue stesse parole nel Trattato della Pittura (1632): ‘Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie de’ muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli, o fanghi, od altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del pittore a nuove invenzioni sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini, come di vari componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose, perché saranno causa di farti onore; perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni.’ Per Leonardo, dunque, ogni elemento poteva costituire un esercizio percettivo o razionale atto a rendere qualsiasi pittura più ricca e significativa. In questo senso, nulla appare più leonardesco di quanto qui viene proposto”.